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Perché IVAR mi ha salvata (e potrebbe salvare anche te 💚)

Atto I: L'Inverno

Dove tutto è iniziato, nel freddo di una vita che non sentivo mia.



La SAGA DI IVAR è nata in un momento piuttosto cupo della mia esistenza.

Ero all'università, studiavo una materia che mi piaceva ma che sapevo già non mi avrebbe dato un lavoro, e mi sentivo senza uno scopo. Il sogno di diventare fumettista era lì, in un angolo della mente, ma l'avevo ormai abbandonato, convinta che fosse impossibile.


Ho sempre fatto fatica a farmi degli amici. Ero circondata da persone che non mi capivano e, per quanto cercassi di entrare in sintonia con loro, mi sono sempre sentita un'outsider. Non all'altezza delle aspettative, fuori posto, isolata. La mia paura più grande era quella di non trovare mai il mio posto nel mondo.


Ed è qui che è arrivato il Nord. Non è un caso. È colpa della mia infanzia: i miei genitori erano camperisti e il mio primo viaggio l'ho fatto a 40 giorni di vita. Le nostre mete erano sempre lassù: Scozia, Irlanda, Olanda... Ma la folgorazione vera è arrivata a 11 anni, a Capo Nord. Quei paesaggi drammatici, quelle nebbie che nascondono misteri, quella luce unica... mi sono entrati nel cuore e non sono mai più usciti.


Quando ho iniziato a immaginare questa storia, è stato automatico ambientarla tra quelle nebbie, quelle foreste, quei fiordi. Avevo bisogno di un rifugio mentale che fosse freddo e duro, proprio come mi sentivo io. Ivar non è nato come un eroe senza macchia. La sua ferita più grande è sentirsi inadeguato. Di fatto, Ivar rappresenta la Alice ragazza, quella che si sentiva sola in un mondo che non la accettava per quello che era.


Atto II: La Resilienza

Come il disegno è diventato la mia armatura.



A volte mi chiedo chi me l'abbia fatto fare. Sono una persona difficile da gestire: o volo a cinquanta metri da terra per l'entusiasmo, o sprofondo nel disastro e vorrei solo scappare via e non farmi più trovare. Mi capita spesso di pensare di non essere abbastanza brava, abbastanza spigliata, abbastanza determinata.


Eppure, c'è una cosa che mi stupisce di me stessa: non riesco a mollare. Nella vita ho iniziato tante cose per poi lasciarle a metà. Ma disegnare e raccontare storie è l'unica costante che mi accompagna da quando ero bambina. È il mio rifugio, la mia cura, il mio modo per sfogarmi quando sono arrabbiata o per calmarmi quando l'ansia (che la mia famiglia conosce bene) prende il sopravvento.

Qualcuno una volta mi ha detto che il mio maggior pregio è la resilienza. Non sapevo nemmeno cosa significasse. Poi ho letto la definizione:


"La capacità di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà."


E ho capito. Sì, sono io. Disegnare scene d'azione è il mio modo di combattere... contro me stessa. È il modo per creare una realtà dove non mi sento un'outsider.

Ecco perché ho dovuto rifare Østlandet. A quattro anni dalla prima uscita, sentivo che quella voce non mi rispecchiava più. In questi anni sono cresciuta, come autrice e come donna. Quella vecchia edizione "lucida" non ero più io. Avevo bisogno di una versione più ruvida, più sporca, più vera.


Atto III: La Tabula Rasa

La promessa che faccio a voi.



Se potessi incontrare la Alice di 16 anni fa, quella che ha iniziato a scrivere Ivar, la abbraccerei forte. Le direi che non importa se chi ha intorno non la capisce, perché un giorno troverà tante persone in giro per l'Italia che invece la capiranno benissimo. Le direi che la sofferenza era necessaria per crescere. Le direi che i sogni non sono irraggiungibili, ma bisogna avere il coraggio di lottare con le unghie e con i denti.


Ivar mi ha salvata da me stessa. Dalla gabbia che mi ero costruita da sola. Ora sto smantellando quella gabbia, sbarra dopo sbarra. E non permetterò a nessuno di rinchiudermi di nuovo. Ivar ha salvato me. Ora è il mio turno di salvare Ivar.


E forse, è il turno di salvare anche qualcun altro. Il lettore ideale di LA SAGA DI IVAR è chi si sente come mi sentivo io: fuori luogo, incompreso, ma con una forza interiore che aspetta solo di esplodere. In questo primo volume vedrete Ivar perdere tutto. Subirà una tabula rasa totale. Ma è solo perdendo tutto che potrà ricostruirsi, pezzo dopo pezzo.


Ecco cosa vorrei vi rimanesse addosso chiudendo il libro sabato sera, quando uscirà: la speranza. La speranza che, anche quando ci si sente persi nella nebbia, c'è sempre la possibilità di diventare una persona migliore e di trovare la propria strada.

Vi aspetto dall'altra parte. 🌲💚

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